Ma davvero l'identità italiana è "greca, romana e cristiana"?
Nei documenti programmatici di Futuro Nazionale, la formazione politica fondata da Roberto Vannacci, ricorre l'idea che l'identità italiana affondi le proprie radici nella civiltà «greca, romana e cristiana». È una formula politicamente efficace proprio perché condensa una storia estremamente complessa in una genealogia semplice e immediatamente riconoscibile. Ma l'efficacia di una narrazione identitaria non coincide necessariamente con la sua capacità di descrivere la storia.
La questione, naturalmente, non è negare il peso della Grecia, di Roma o del Cristianesimo nella formazione dell'Italia. Sarebbe storicamente insostenibile. La domanda è un'altra: perché proprio queste tre componenti dovrebbero esaurire il retroterra dell'identità italiana? E soprattutto: che cosa accade a questa rappresentazione quando la confrontiamo con ciò che archeologia, storia e paleogenomica ci raccontano oggi sulla formazione degli italiani.
Se l’Italia è “greca, romana e cristiana”, un Longobardo cattolico della Toscana dell’VIII secolo che cosa era?
Se si guarda alla storia d'Italia, la risposta diventa subito più complessa. L’Italia è stata per millenni uno spazio di passaggio, di insediamento e di integrazione. Prima ancora dell’espansione di Roma esistevano Etruschi, Liguri, Veneti, popolazioni italiche, Celti e comunità greche. A queste si sovrapposero nel tempo nuove migrazioni e nuove strutture politiche, in un processo che non fu mai lineare e che oggi, grazie agli studi di paleogenomica, possiamo ricostruire con una precisione molto maggiore rispetto a pochi anni fa.
In un nostro precedente articolo, “Storia genetica degli italiani”, avevamo già cercato di mostrare quanto fosse articolata la formazione della popolazione della penisola, ma dieci anni fa molti aspetti erano ancora affidati soprattutto alla genetica delle popolazioni moderne. Oggi il quadro è cambiato profondamente, perché possiamo analizzare direttamente il DNA di persone vissute migliaia di anni fa. Questo ci permette di osservare non solo le grandi continuità, ma anche le trasformazioni, le migrazioni e le integrazioni che hanno accompagnato la storia italiana.
Uno dei casi più interessanti riguarda proprio gli Etruschi. Per molto tempo si è discusso sulla loro origine, e l’ipotesi di una provenienza anatolica, già formulata nell’antichità, ha avuto una lunga fortuna. Gli studi più recenti sul DNA antico hanno però modificato in modo significativo questo quadro. Le analisi pubblicate negli ultimi anni mostrano che gli Etruschi dell’età del Ferro erano geneticamente molto simili alle popolazioni italiche circostanti. La loro peculiarità culturale e linguistica non corrisponde dunque a una popolazione biologicamente isolata o a una recente migrazione di massa dall’Oriente. È un dato importante, perché ci ricorda che cultura, lingua e genetica non coincidono automaticamente. Una comunità può sviluppare una forte identità senza essere geneticamente separata dai propri vicini.
La stessa Roma, spesso evocata come nucleo originario di una continuità identitaria, offre un quadro ancora più sorprendente. Gli studi sul DNA antico della popolazione romana hanno mostrato che, soprattutto durante l’età imperiale, Roma fu una città profondamente cosmopolita. Con l’espansione dell’Impero arrivarono nella capitale persone provenienti da regioni molto lontane, dal Mediterraneo orientale ai Balcani, dal Nord Africa all’Asia Minore. Non si trattava soltanto di soldati o mercanti di passaggio, ma di famiglie, schiavi liberati, artigiani, funzionari e comunità che si stabilivano nella città e contribuivano alla sua popolazione.
Questo significa che Roma fu sì uno straordinario centro di irradiazione culturale e politica, ma fu anche il prodotto di una mobilità umana enorme. La romanità non coincideva con un’origine etnica omogenea. Essere romano, soprattutto in età imperiale, significava appartenere a un sistema politico, culturale e giuridico che poteva includere persone provenienti da luoghi molto diversi. Da questo punto di vista, l’Impero romano rappresenta già un esempio evidente di come l’identità possa essere costruita attraverso l’integrazione, e non attraverso l’immutabilità.
La questione diventa ancora più interessante dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente. È proprio qui che entra in gioco il tema al quale Toscana Longobarda è naturalmente più legata. Nei secoli successivi, infatti, la penisola fu attraversata e in parte governata da Ostrogoti, Bizantini, Longobardi e Franchi. Più tardi, soprattutto nel Mezzogiorno, si aggiunsero Arabi, Berberi, Normanni e Svevi. Queste presenze non furono semplici parentesi, né episodi marginali collocati tra Roma e la nascita dell’Italia moderna. Furono parte integrante della costruzione politica, sociale e demografica del Medioevo italiano.
Per molto tempo si è discusso su quanto le cosiddette “invasioni barbariche” corrispondessero a vere migrazioni di popolazione e quanto invece fossero il risultato dell’arrivo di piccole élite militari. Gli studi genetici più recenti hanno dato un contributo importante a questa discussione. Il caso di Collegno, vicino a Torino, è forse il più noto. Le analisi delle necropoli associate ai Longobardi hanno mostrato la presenza di individui con una forte componente genetica dell’Europa centro-settentrionale, accanto ad altri con ascendenza più tipica dell’Europa meridionale. Questo dato conferma che una reale mobilità di persone verso l’Italia ebbe luogo, ma mostra anche che le comunità longobarde non erano affatto blocchi omogenei e isolati.
Gli studi più recenti su Collegno hanno aggiunto un elemento ancora più interessante. Le comunità longobarde risultano organizzate intorno a grandi gruppi familiari, ma nel corso delle generazioni incorporano individui di origine diversa. È un quadro che suggerisce un processo graduale di integrazione, nel quale nuovi arrivati e popolazioni locali finirono per entrare nelle stesse reti familiari e sociali. Non abbiamo quindi davanti due mondi rigidamente separati, uno “romano” e uno “longobardo”, destinati a rimanere tali per sempre. Vediamo piuttosto una società in trasformazione, nella quale identità, appartenenze e relazioni familiari cambiano nel tempo.
Ed è proprio questo il punto che rende la vicenda longobarda così importante per capire la storia italiana. I Longobardi arrivano nella penisola nel VI secolo e in pochi anni conquistano gran parte dell’Italia. In Toscana, Lucca diventa uno dei principali centri del loro potere, mentre nuove aristocrazie, istituzioni e reti patrimoniali si radicano nel territorio. Ma quando nel 774 Carlo Magno conquista il Regno longobardo, i Longobardi non scompaiono. Non tornano improvvisamente oltre le Alpi, né cessano di esistere come famiglie, proprietari, religiosi o membri delle élite locali. Rimangono, si integrano nelle nuove strutture politiche e contribuiscono alla formazione della società medievale italiana.
È qui che la formula “greca, romana e cristiana” mostra tutti i suoi limiti. Non perché sia falsa, ma perché è incompleta. È vero che la cultura greca ha avuto un peso enorme nella formazione dell’Occidente. È vero che Roma ha lasciato un’eredità giuridica, linguistica e istituzionale fondamentale. È vero che il Cristianesimo ha plasmato per secoli la cultura europea e italiana. Ma accanto a queste componenti esistono altre storie, altre popolazioni e altri processi che hanno lasciato tracce profonde.
Gli Etruschi fanno parte della storia italiana. I Celti della Pianura Padana fanno parte della storia italiana. I Goti, i Bizantini, i Longobardi e i Franchi fanno parte della storia italiana. Lo stesso vale, in regioni diverse e in epoche differenti, per Arabi, Berberi, Normanni e Svevi. La storia della penisola non è quella di una popolazione originaria che attraversa i millenni restando sostanzialmente uguale a sé stessa, ma quella di una continuità costruita attraverso trasformazioni continue.
La paleogenomica ci aiuta a capire proprio questo. Non ci dice chi sia “veramente italiano”, né potrebbe farlo. La genetica non determina l’identità politica o culturale. Ci mostra però che le popolazioni cambiano, si spostano, si integrano e si ricompongono. Ci mostra che la continuità non esclude la migrazione e che la migrazione non cancella necessariamente la continuità. Una società può conservare lingua, istituzioni e memoria storica pur integrando nuove popolazioni nel corso dei secoli.
Da questo punto di vista, la vera domanda forse non è tanto “chi erano gli italiani”, ma “come sono diventati italiani gruppi che inizialmente non lo erano”. È una domanda che vale per i Romani, per i Longobardi e per molte altre popolazioni che hanno attraversato la penisola. In quale momento un gruppo arrivato da fuori smette di essere percepito come estraneo? Quando i suoi discendenti parlano la lingua locale? Quando adottano la religione dominante? Quando entrano nelle reti familiari e sociali del territorio? Quando partecipano alla vita politica della comunità?
I Longobardi offrono una risposta particolarmente significativa. Entrarono in una penisola in gran parte romanizzata e cristiana, ma essi stessi erano portatori di tradizioni differenti. Nel corso delle generazioni si convertirono al cattolicesimo, adottarono il latino, integrarono elementi del diritto e dell’amministrazione romana e, allo stesso tempo, lasciarono una propria impronta nelle strutture politiche, nei rapporti sociali, nella lingua italiana, nei toponimi, nell’organizzazione fondiaria e nelle élite locali. Alla fine, la distinzione tra “romani” e “longobardi” perse progressivamente significato, perché da quell’incontro era nata una realtà nuova.
È forse questa la lezione più interessante che possiamo trarre dalla storia. Le identità non sono fotografie immobili, ma processi. Possono essere forti, riconoscibili e durature, ma cambiano nel tempo. Si trasformano mentre integrano nuovi elementi, e proprio questa capacità di trasformazione permette loro di sopravvivere.
Per questo definire l’Italia come semplicemente “greca, romana e cristiana” significa raccontare una parte importante della nostra storia, ma non tutta la nostra storia. L’Italia è anche etrusca, celtica, gota, bizantina, longobarda, franca, normanna e molto altro ancora. Non perché queste identità siano rimaste intatte fino a oggi, ma perché tutte hanno contribuito, in modi differenti, alla formazione della società italiana.
Forse l’identità italiana non va cercata nella purezza di una presunta origine, ma nella capacità, ripetuta per millenni, di trasformare ciò che arriva e di essere a sua volta trasformata. È accaduto nell'antichità, è accaduto durante l'Impero romano ed è accaduto nel Medioevo. L'identità che ne è risultata non è meno italiana per questo: è precisamente la storia che l'ha resa italiana.
Ed è proprio la Toscana longobarda a ricordarcelo con particolare chiarezza.
Post pubblicato da Giovanni Bigazzi (bighipert@proton.me)
Fonti scientifiche e approfondimenti
Negli ultimi anni lo studio del DNA antico ha modificato profondamente la nostra conoscenza dell'etnogenesi italiana. Le ricerche citate nell’articolo non permettono naturalmente di identificare genetica ed etnia, ma consentono di ricostruire con crescente precisione migrazioni, parentele, continuità e processi di integrazione fra popolazioni diverse.
Per gli Etruschi il riferimento principale è lo studio coordinato da Cosimo Posth, The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect, pubblicato su Science Advances nel 2021. La ricerca ha analizzato 82 individui vissuti tra circa l’800 a.C. e il 1000 d.C. e ha mostrato che gli Etruschi dell’età del Ferro erano geneticamente largamente riconducibili allo stesso quadro delle altre popolazioni dell’Italia centrale, mettendo in discussione l’ipotesi di una loro recente origine anatolica. Il caso etrusco mostra inoltre molto bene come identità linguistica, cultura e ascendenza genetica non debbano necessariamente coincidere.
Per la Roma antica è fondamentale lo studio di Margaret L. Antonio e collaboratori, Ancient Rome: A genetic crossroads of Europe and the Mediterranean, pubblicato su Science nel 2019. Attraverso l’analisi del DNA di 127 individui provenienti da 29 siti di Roma e dell’Italia centrale, la ricerca ha documentato profonde trasformazioni della popolazione nel corso dei millenni e, durante l’età imperiale, una forte presenza di ascendenze provenienti soprattutto dal Mediterraneo orientale. Roma appare così anche geneticamente come una grande metropoli imperiale interessata da una mobilità umana di vastissima scala.
Per quanto riguarda i Longobardi, uno studio fondamentale è quello di Carlos Eduardo G. Amorim e collaboratori, Understanding 6th-century barbarian social organization and migration through paleogenomics, pubblicato su Nature Communications nel 2018. Lo studio ha analizzato 63 individui delle necropoli di Szólád, nell’attuale Ungheria, e Collegno, in Piemonte. I risultati hanno evidenziato sia individui con ascendenza prevalentemente centro-nord europea sia individui più vicini geneticamente alle popolazioni dell’Europa meridionale. Gli autori sottolineano esplicitamente che questi dati non possono essere utilizzati per attribuire automaticamente una “etnia longobarda” agli individui analizzati, ma confermano l’esistenza di reali movimenti di popolazione tra la Pannonia e l’Italia nel VI secolo.
Il quadro di Collegno è stato ulteriormente approfondito nel 2024 nello studio di Yang Tian e collaboratori, The role of emerging elites in the formation and development of communities after the fall of the Roman Empire, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). L’analisi genetica, archeologica e isotopica mostra una comunità organizzata inizialmente attorno a gruppi biologicamente imparentati e socialmente prominenti, ma capace nel corso delle generazioni di incorporare persone di diversa origine. È uno degli esempi più interessanti oggi disponibili per osservare concretamente come migrazione, parentela, mobilità sociale e integrazione potessero concorrere alla formazione delle comunità dell’Italia post-romana.
A queste ricerche si aggiungono studi ancora più recenti sulla trasformazione genetica dell’Italia post-romana, che stanno delineando con maggiore precisione l’impatto demografico delle migrazioni provenienti dall’Europa settentrionale e centro-orientale e la successiva integrazione con le popolazioni della penisola. La paleogenomica, dunque, non sostituisce la storia e l’archeologia: offre un nuovo tipo di fonte che, integrato con esse, rende sempre meno sostenibile l’immagine di popolazioni europee rigidamente separate e immutabili nel corso dei secoli.
Studi citati
- Antonio M.L. et al. (2019), Ancient Rome: A genetic crossroads of Europe and the Mediterranean, Science, 366.
- Amorim C.E.G. et al. (2018), Understanding 6th-century barbarian social organization and migration through paleogenomics, Nature Communications, 9.
- Posth C. et al. (2021), The origin and legacy of the Etruscans through a 2000-year archeogenomic time transect, Science Advances, 7.
- Tian Y. et al. (2024), The role of emerging elites in the formation and development of communities after the fall of the Roman Empire, PNAS, 121.

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