Pubblichiamo di seguito un interessante estratto dalla "Storia di Prato" che riguarda proprio il periodo longobardo, al quale nella storia della città toscana viene dato ampio spazio, che riteniamo essere molto interessante.
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Torre di arimanni inglobata nella chiesa di San Pietro a Figline di Prato |
"Sembra che anche nel territorio pratese e nei dintorni, soprattutto lungo il corso del Bisenzio, sia possibile trovare traccia di quella tipica istituzione militare longobarda ch'era detta
arimannia.
Si trattava originariamente di una terra data in godimento dal re a gruppi di militi di stirpe longobarda, detti appunto
arimanni, come controprestazione e base economica del servizio stabile localizzato. Il pascolo per i cavalli pare vi avesse sempre una parte notevole.
Per il fatto che queste milizie stabili avevano rappresentato l'elemento longobardo in mezzo alla massa inerme dei Romani, nel linguaggio del popolo l'
arimannus si era senz'altro identificato con il
langobardus. I due termini poterono perciò durare come sinonimi.
Numerosi documenti pistoiesi e pratesi sono a confermarci come l'etnico
Lambardi con il valore di
Langobardi è ancora un riflesso, abbastanza diretto, della presenza dei Longobardi, se pure più tardi divenne tipico di gruppi consortili che si potevano dire ultimi eredi, nei diritti più che etnicamente, dei
possessores longobardi.
Dato il carattere originariamente permanente del servizio dell'arimanno, insediato su terra fiscale, non stupirà di trovare queste milizie distribuite sulle vie di accesso delle valli del Bisenzio e della Limentra.
I
Lambardi di Castiglione di Migliana, di Codilupo, della Torricella di Luicciana nella Val di Bisenzio, rimasta per qualche tempo nella zona di confine fra Longobardi e Bizantini prima della conquista di Bologna ad opera di Liutprando nel 727-728, fanno pensare ad una testa di ponte longobarda, ad una vera e propria sistemazione di posti guardia e di difesa di notevole importanza dal lato strategico. I toponimi Castello, Castellare, Castiglione e simili, e i numerosi
castra della Val di Bisenzio, situati su cime e crinali dove l'esistenza di un fortilizio nell'età feudale e dei Comuni è poco giustificata, danno tutta l'impressione di corrispondere, almeno in parte, a castelli prima bizantini, poi longobardi. La
fara che si era insediata nei pressi di Prato, allo sbocco del Bisenzio, in una zona sufficientemente più sicura e salda e arretrata rispetto alla effettiva e più probabile zoan di operazioni militari, veniva allora ad assumere una funzione di protezione e di riserva per i presidii più esposti della valle.
In tal modo l'insediamento di gruppi armati e le concessioni di terre risultano chiare nelle loro funzioni. E quando, a seguito dell'occupazione di Bologna, il confine si spostò e tese poi ad assumere una certa stabilità, le arimannie della Val di Bisenzio, venutesi a trovare nell'interno del territorio longobardo, persero la loro peculiare caratteristica militare, per diventare dei gruppi consortili, i quali persistettero anche quando non svolsero più le loro funzioni originarie e del termine stesso si era perduto il significato. A Codilupo e alla Torricella di Luicciana tutt'oggi la chiesa è dedicata a S.Michele, uno dei santi tipici della tradizione militare longobarda.
I
Lambardi di Torri, di Stagno e della Sambuca nell'alta montagna pistoiese lungo la Limentra, a confine con i territori di Bologna, dovettero svolgere analoga opera di difesa militare.
La originaria dedicazione della pieve battesimale di Iolo a San Donato, il vescovo martire di Arezzo, non darebbe nell'occhio se non si collocasse proprio in una zona dove il ricordo dei
Lambardi e di un castello ribadisce la memoria di insediamenti longobardi.
Sappiamo come queste antiche terre fiscali arimanniche venissero in seguito tenute in molti casi a titolo di beneficio e, per donazioni, concessioni di regalie o usurpazioni, cadessero ben di sovente nelle mani dei vescovi e dei grandi feudatari laici: e Iolo, come pure la Sambuca, codilupo, la Torricella e Agliana ed altre località ancora dove sono ricordati i
Lambardi, fin dal secolo XI erano annoverate fra i feudi del vescovo di Pistoia e dei conti Alberti di Prato.
Le carte pistoiesi del periodo longobardo ci manifestano che nel territorio pistoiese, almeno nel secolo VIII, si era giunti alla costruzione di un sistema sociale in cui la classe dei possessori terrieri si identificava con la classe militare e politica. I Longobardi erano il ceto che ovunque emergeva, nella città e nei piccoli centri rurali. I preti, i vescovi e parallelamente i gastaldi regi, i gasindi, i notai, i medici provenivano dall'aristocrazia longobarda.
I discendenti dei sacrileghi demolitori di chiese e monasteri entrarono perfino largamente nelle file del clero secolare e regolare; arricchirono e popolarono cenobi, fondarono ospizi, costruirono chiese, e fecero a gara a fabbricare monasteri e oratori, a ridursi presso di essi a vita religiosa, a collocarvi le proprie figlie e sorelle.
Il monastero di S. Bartolomeo di Pistoia fu dal medico regio Gaidualdo non soltanto fondato, ma dotato assai riccamente di beni da lui posseduti, per eredità e per compra, in prossimità di Pistoia, nel Lucchese, nella Lunigiana, nel Valdarno inferiore e nella Maremma. Ratperto del fu Guilichisi fondò in Pistoia il monastero con senodochio dei santi Pietro, Paolo e Anastasio e gli donò la metà dei suoi averi.
La madre Munzia, la moglie Perterada, la sorella Ratperta e la figlia Astruelda potevano vivere nel monastero e, insieme all'abate rettore, prendere parte al governo, accogliervi i poveri e i pellegrini e fare elemosine. Il gasindio pistoiese Tasso, come i suoi pari sparsi nelle diverse giudicarie del Regno, dovette essere dotato notoriamente di ricche terre regie.
La popolazione romana, che indubbiamente costituiva ancora la grandissima maggioranza, se aveva imposto ai Longobardi la propria lingua, si lasciava indurre a chiamare con nome germanico cose attinenti al campo, al bosco, al prato, alla palude, anzi a cose della propria misera dimora.
Nella Val di Bisenzio sopravvivono tuttora alcuni germanismi e longobardismi poco noti ad altre zone della Toscana. A Migliana, per esempio, tutti sanno che per "ricorre" le castagne, prima di tutto è necessario "roncigliare" e fare le roste, quindi "scorrere" almeno due volte il castagneto e infine "ruspare" con la "ruspola". Se piove subito dopo una nevicata, per le strade c'è tanta
bioscia che è meglio stare a
sornacchiare o a
russare nel canto del fuoco sulla
ciscranna, mettere quanto prima le galline e le pecore a
bergo e
tappare bene le finestre per non sentire il
tonfo dell'acqua dello
stroscione del fosso di Chiusoli.
In Prato nel medioevo le cause si discutevano anche in duello per mezzo di
campioni, le biade del Mercatale si misuravano con lo
scafiglio e fin da allora si costruivano
gore e
gualchiere; e tutti i pratesi ancora oggi sanno che cosa vuol dire
sbreccare un bicchiere (a Prato però si dice un
bicchieri) o una tazza.
Erano i Longobardi a dare il nome alle parti e caratteristiche tecniche di una azienda agricola.
Curtis e massa prendono il nuovo significato di "grande possesso terriero", la sala detta anche sundrio corrisponde pressappoco alla pars dominica delle ville romane, e il massaricio è costituito da
casae,
terrae,
sorte, lavorate dai coloni o
massari e talora da
aldii o
aldioni"
Tratto da: Storia di Prato vol. I
Renzo Fantappiè: "Nascita d'una terra di nome Prato"
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