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Berserker: il gene del guerriero


Come la nebbia continua a coprire le valli, così l'antico peccato si annida nelle zone basse, nelle depressioni del mondo. Anatomia dell'Atavismo - Dott. Louis Judd 

Il 25 settembre 1066 una spedizione di vichinghi norvegesi, comandata da Harald Hardråde, fu intercettata dal grosso delle armate sassoni presso il villaggio di Stamford Bridge, nell’Inghilterra orientale. La battaglia si trasformò in una disfatta per gli invasori: i vichinghi vennero quasi completamente annientati e il loro tentativo di conquista svanì in un solo giorno.

Eppure le cronache medievali tramandano un episodio straordinario. Un singolo guerriero, appartenente alla casta dei Berserker, difese da solo il ponte sul fiume Derwent, permettendo ai compagni di riorganizzarsi sull’altra sponda. Armato di un’ascia a doppio taglio, resistette per oltre un’ora all’esercito inglese, uccidendo più di quaranta sassoni prima di essere eliminato con un espediente: i nemici lo colpirono da sotto il ponte con una lunga lancia, avvicinandosi silenziosamente con una barca.

Non conosciamo il suo nome, ma conosciamo il suo archetipo: il Berserker, l’uomo-orso, membro di un’élite guerriera che combatteva in uno stato di esaltazione semi-mistica, come se il dolore e la paura fossero stati disattivati.

Fenomeni simili erano già presenti nell’antichità classica. Achille nell’Iliade incarna perfettamente questa figura: Omero ne canta le gesta e soprattutto l’“ira funesta”, quella furia che lo rende sovrumano nel combattimento. Gli storici romani descrissero qualcosa di analogo tra le popolazioni celto-germaniche, definendolo furor celtico: uno stato di trance guerriera in cui i combattenti sembravano invulnerabili, guidati da un istinto primordiale.

In area scandinava esistevano vere e proprie “caste dei guerrieri-bestia”, identificate dal loro animale totemico:

  • i celebri Berserkir (uomini-orso),

  • gli Ulfhednar (uomini-lupo),

  • gli Svinfylking, che combattevano nella formazione “a testa di cinghiale”,

  • fino agli Hundingas, “figli di cane”, citati anche da Paolo Diacono nella Historia Langobardorum.

Queste figure popolano saghe e poemi del Nord Europa – dall’Edda alle saghe di Hrolf Kraki, Grettir ed Egill – ma scompaiono progressivamente con la cristianizzazione iniziata dopo l’anno Mille. Con l’avvento del feudalesimo si impose una nuova élite nobiliare e le antiche arimannie e fraternità guerriere vennero bandite. Iniziò così una lunga damnatio memoriae: il guerriero in trance divenne il “mannaro”, la furia pagana fu reinterpretata come possessione demoniaca, come peccato che riduce l’uomo a bestia.

Molti secoli dopo, la genetica moderna sembra aver dato un nome scientifico a quell’antico istinto. Nel 1998 (Sabol et al.) fu identificata la variante del cromosoma X chiamata comunemente “gene del guerriero”, legata all’enzima MAOA – Monoamine Oxidase A. Si tratterebbe di un fattore che, in condizioni di forte stress, favorisce comportamenti impulsivi e aggressivi.

Essendo localizzato sul cromosoma X, è trasmesso dalla madre ed è principalmente efficace nei maschi, che possiedono una sola copia del gene. Anche oggi è possibile testarne la presenza attraverso il DNA autosomico di servizi come FTDNA o 23andme, ricercando l’SNP rs909525 nei file RAW esportabili in Excel.

Naturalmente, possedere questa variante genetica non condanna nessuno a una vita violenta. Il gene può restare silente per decenni. Ma in situazioni estreme – minaccia alla propria sopravvivenza, difesa dei propri cari, combattimento – potrebbe attivare un corto circuito pre-razionale, una trasformazione temporanea dell’individuo guidata da meccanismi neurologici profondi.

Lo psichiatra americano Jonathan Shay, nel celebre testo Achilles in Vietnam, studiò i traumi dei reduci dal Vietnam paragonandoli ai racconti omerici. Il comportamento del soldato in battaglia trascende spesso la normale giustificazione morale, e proprio questo può generare disordini psicologici duraturi.

I vichinghi sintetizzavano tutto ciò con un grido: “By Gotz” – con gli dei. In seguito i Normanni lo sostituirono con il francese “Dex Aie!”, poi con il cristiano “Dio è con noi”. Cambiavano le parole, ma non la sostanza: l’idea che, nel momento decisivo, il guerriero diventi strumento di una forza superiore.

Forse quel solitario difensore di Stamford Bridge fu davvero guidato dal suo animale totemico. O forse, più semplicemente, dal suo DNA.

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